giovedì 12 gennaio 2012

Leggenda : "I misteri di rugiada"


A cura di Claudia Bousquet

C'era una volta capelli di Rugiada...
Era lei una giovane donna che scioglieva le sue chiome solo durante le prime ore del mattino, quando il sole arrossiva all'orizzonte.
A ogni aurora, costei sedeva di fronte al mare... contemplando il cielo e pettinandosi i soffici capelli, che somigliavano a delle fresche cascate di acqua dolce.
Non appena la palla d'arancia s'affacciava all'orizzonte, la fanciulla, dopo aver salutato nonna luna, dedicava un danza al fratello sole.
 E così da anni ormai, ripeteva questi stessi gesti, ogni giorno...
Tutti nel villaggio le chiedevano il segreto dei suoi bei capelli perlati giacché, ogni giorno di più, le sue trecce sciolte assumevano il colore dell'oro; e non solo...
Era inoltre evidente a tutti che qualcosa di misterioso stesse accadendo anche a quella donna!
Infatti, anche la giovane, come i suoi fili dorati, diventava sempre più splendente, bella come un quarzo rosa.
Per quanto alcuni la spiassero da lontano, sebbene la vedessero offrire inchini alla bella luna, che rispondeva cantando; nonostante i più curiosoni rimanessero affascinati dalle sue velate danze, nessuno, o quasi nessuno, poteva immaginare che a quel semplice modo lei stesse pregando e che, a quelle inusuali lodi, il mondo intorno rispondesse donandole quel magico scintillìo ...
Ancor meno era possibile trovare qualcuno, che fosse adulto, che credesse che quelle folti cascate potessero anche restituire a quella piccola donna lo splendore e la grande forza dell'acqua , eppure ...era proprio così!"

http://www.youtube.com/watch?v=kVHERjqVl1k&feature=related

Fiaba: "Pelle di foca pelle d'anima"



Da " Donne che corrono con i lupi"di Pinkola Estés


In questa terra dove i venti soffiano tanto forte che tutti devono indossare giacche a vento, stivaletti e berretti, viveva un uomo così solo che negli anni le lacrime avevano scavato abissi sulle sue guance. Desiderava tanto una compagnia. Una notte raggiunse un grande scoglio in mezzo al mare e vide delle donne nude, bellissime, che danzavano. Erano le donne-foche, le selkies, che toltesi le loro pelli si erano trasformate in meravigliose creature. L’uomo saltò sullo scoglio e rubò una delle pelli di foca lasciate dalle selkies. Finita la danza tutte ripresero le loro pelli eccetto una. L’uomo si fece coraggio e chiese alla donna: “Vuoi sposarmi?”. E la donna rispose: “No, io appartengo a coloro che vivono nel mare”. L’uomo insistette: “Sii mia moglie, tra sette estati ti restituirò la tua pelle”. E la selkie accettò. Ebbero un bambino e la madre raccontò al bambino le storie delle creature che vivevano nel mare. Con il passare del tempo la pelle della donna cominciò a seccarsi, le caddero i capelli, le sue rotondità presero ad avvizzire, perse la vista. Una notte il bambino fu svegliato dalle urla di sua madre che chiedeva al marito di restituirle la sua pelle perché i sette anni erano trascorsi. Ma il marito non voleva perché non sopportava di essere abbandonato e non voleva che il loro bambino restasse senza madre. Il bambino amava molto sua madre e temeva di perderla e pianse fino a crollare nel sonno, poi si svegliò, corse alla scogliera, inciampò in una pietra e sotto trovò la pelle di foca. Egli corse verso sua madre e le restituì la sua pelle. La donna lo accarezzò e accarezzò la pelle, grata perché entrambi erano salvi. Ella voleva restare col suo bambino ma qualcosa la chiamava. Si volse verso di lui con sguardo di grande amore. Soffiò il suo respiro nei polmoni del bambino tenendolo sotto il suo braccio, come un oggetto prezioso. Si tuffò in mare, sempre più in fondo, fino a raggiungere la grande foca argentea, la quale come vide il bambino lo chiamò “nipote”. Passarono sette giorni, e gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l’antica lucentezza, ritrovò la vista, il suo corpo ritrovò la sua rotondità. E venne il tempo di restituire il bambino alla terra. Quella notte la vecchia nonna foca e la bella madre del bambino nuotarono tenendolo in mezzo a loro, risalirono le acque e lo poggiarono delicatamente sulla riva. La madre lo rassicurò: “Sarò sempre con te”. Passò il tempo e il figlio della selkie divenne un grande suonatore di tamburi, cantore e artefice di storie e si disse che tutto ciò accadde perché da piccolo era sopravvissuto sott’acqua ed era stato riportato dalle profondità del mare dalle foche. Ora, nelle grigie mattine lo si vede con il suo kayak ancorato a parlare con una certa foca. Molti hanno cercato di catturarla ma nessuno c’è mai riuscito. E’ nota come TANQIGCAP, la brillante, la sacra, e si dice che sebbene sia una foca, i suoi occhi siano capaci di sguardi umani, saggi, selvaggi e amorosi.

Una fiaba sulle radici della fame



In una certa parte della Terra, grande come la miseria, viveva un bambino in una famiglia poverissima. E siccome non era mai uscito dal suo villaggio, fatto di baracche di stracci e lamiere, pensava che tutto il mondo fosse così.
Aveva per amico un vecchio albero da frutto che faceva poche mele, tutte avvizzite.
Il bambino, quando poteva ci andava a parlare e l'albero gli rispondeva con una voce-corteccia cavernosa e stanca.
“ Raccontami la storia delle Radici Prepotenti e delle radici Deboli, me l'hai promesso...”.
“ Questa “, rispose l'albero, “ purtroppo è una storia vera ed è per questo che c'è la Fame...
Devi sapere che tutte tutte le cose hanno le loro radici, ma non solo gli alberi ma anche le persone gli animali, e le case e i vestiti e le scuole e gli ospedali...Tutti insomma...
Alcune radici sono visibili ma altre non si possono vedere ed è per questo motivo che pochi se ne accorgono.
“ Non si accorgono di cosa”?, chiese il bambino strofinando il naso contro un ramo perchè gli era venuto prurito.
“ Nessuno, o pochissime persone con il cuore buono , s'è accorto che tutto è doppio. Io, per esempio, ho le radici in comune con un altro albero, un mio gemello dall'altra parte del mondo. Questo mio fratello intreccia le sue con le mie radici, ma...
Ma noi alberi spogli, cose vecchie e brutte, gente affamata e senza giustizia, raccolti scarsi, gente sfruttata che non sa leggere e scrivere, abbiano tutti un nostro doppio in un'altra parte del mondo...”.
“ Non capisco, non capisco”, rispose il bambino salendo sull'albero, “ io vedo solo te...”.
“ Adesso ti spiego come è successo e così, se chiudi gli occhi, potrai vedere anche tu...In una parte del mondo delle persone, qualche volta anche molto intelligenti, che hanno fatto anche cose belle, sono diventate dure di cuore: E così hanno inventato, ormai da molto tempo, per arricchirsi e dominare, un concime-medicina che rende le radici dei loro alberi veloci, forti e mangiatutto...E così i loro alberi e le loro cose e case  diventano più belle e più ricche perchè succhiano al loro doppio, dall'altra parte del mondo, linfa, energia e speranza...
Queste forti radici prepotenti portano da una parte abbondanza succhiando a noi la vita...
Da una parte c'è il supermercato pieno di cose utili e inutili e da noi, con le nostre radici, arriva solo un negozietto dove la gente si deve impegnare quasi tutto per un po' di cibo insufficiente...”.
Il bambino rimase muto. Dentro la sua fantasia si stava trasformando in una formichina che risaliva le radici della miseria per andare a vedere cosa c'era dall'altra parte...Pensare che di là il suo doppio era un bambino viziato, pieno di cose, capriccioso, con una cameretta tutta per sé stracolma di giocattoli...
E tutto questo a causa di radici prepotenti e succhione come un assalto di pirati...
“ Io andrò a parlargli a questo bambino, e ai suoi  genitori, perchè non è giusto che mi mangi tutte le cose belle della vita con le sue radici prepotenti...”.
E così quelle povere ma dignitose radici che potevano solo germogliare, su gran parte del mondo, fame, miseria e ingiustizia, fecero partire,verso ogni loro doppio, schiere e schiere di formiche-messaggi: “ Non rubarmi la vita, non rubarmi la vita, non rubarmi la vita...”.

( Da: “ Per un corpo di pace, pedagogia, cultura rituale e non violenta del corpo, di Mario Bolognese, Sapere, Padova, 1995, pag. 254).

Una fiaba sulle paure infantili



...di Mario Bolognese

Premessa:...La fiaba che segue fa parte integrante di un romanzo di fantascienza che l'autore sta proponendo per la pubblicazione. In questo racconto, dal titolo (provvisorio): “ Manu, il piccolo viaggiatore dello spazio – alla ricerca della Stella dell'Amore”, le risposte alla fiaba che offrono le bambine e i bambini della Terra e di altri pianeti rappresentano essenziali risorse di pace e di salvezza per il cosmo minacciato.Ma questa fiaba possiede anche una sua autonomia etico-narrativa e per questo ho pensato di divulgarla. Infatti il tema delle paure infantili è molto sentito sia dagli insegnanti che dai genitori e un approccio diverso, basato sulla paura come “angelo nascosto” potrebbe rivelarsi educativamente fecondo.Prego naturalmente di farmi partecipe di risposte e disegni significativi di bambine e bambini, sia per la mia ricerca sull'originale senso del sacro dell'infanzia ma anche come eventuale arricchimento del romanzo stesso. Infatti, anche se il libro avrà in sé la sua completezza, potrebbe essere agevole e bello, con il dovuto pemesso e ovviamente riconoscimento, inserire prima dellapubblicazione qualche loro risposta creativa e originale. Segue la fiaba ( che nel testo non ha titolo):

“C'era una volta, e c'è ancora nel Giardino del Mondo, l'Albero della Vita e la Signora delle Stagioni.Lei si diverte con i fiocchi di neve e poi, sulle ali del vento, scende a odorare le rose di maggio.La puoi trovare come papavero in un campo di grano e come uccello la senti cantare le uve d'autunno.E' amica di tutte le chiocce e gli animali striscianti, quelli con forti artigli o i piccoli con agili zampette o con ali vibranti sono accanto e attorno al suo trono fiorito.Quando scivola sull'acqua ogni pinna saltella e se un fuoco buono si accende lei di scintille si ammanta.Si diverte la Signora a giocare a rimpiattino col fulgido Sole e a far rotolare, attorno alla Luna tutte le stelle...Se una bambina o un bambino disegna un sentiero nel bosco sei Angeli appaiono dalla bella Signora inviati.Questi Angeli sono chiamati i “Compassionevoli” perchè conoscono la forza e la debolezza, il sole e l'ombra...E in ogni bambino e bambina c'è un loro gemello nascosto, una piccola Angela o un piccolo Angelo con le ali impaurite.Ma i Compassionevoli conosono il segreto, che loro ha insegnato l'Albero della Vita, di trasformare la paura del semino nascosto nel sorridente germoglio...Disegna dunque bambino bambina il tuo sentiero della vita. Invoca gli Angeli dell'Albero della Vita e uno o una Compassionevole scenderà per cercare in te, rannicchiato nel tuo cuore, il suo gemello o la sua gemella...La paura è solo un piccolo Angelo che non crede alle sue ali...Aiutalo e volerete assieme...

Della Luna c 'è l'Angela Violache della notte i fantasmi disvelae i fiori segreti rivela...

E c'è l'Angelo Soleche ha d'oro il suo carroe le nebbie cattive dissolve...

Ha un volto di bimbae il vestito turchesel'Angela d'Acqualei che scioglie i marosie protegge dai gorghi profondi...

Ha i sandali rossicome pure i capellil'Angelo Fuocoche può accendere o spegnerele fiamme del cuore...

Ha sei ali d'argentoe i poteri del ventodell'Aria l'Angelo bimbolui che sa far arcobaleni anche coi nembiche hanno gli occhi-tempesta...

Semini di vita diffondedal suo nero grembiuleorlato di fiori di campoNonna Angela Terra...Diventano amici anche i ragni e i serpentie gli artigli e le faucie le bocche e le codeche sprizzan veleniper chi ascolta e rispettail dolce e severo suo canto...

Contatti di M.Bolognese: canticocreature@gmail.com

Laboratorio di poesie "Che albero sei?"

Produzioni poetiche estratte dal laboratorio socio-educativo: Che albero sei?

 Anche chi non ha mai letto nè scritto poesie può imparare ad amare le parole in versi ed esprimere ciò che nasconde sotto il folto manto di foglie....

Progetto poetico-creativo svolto presso l' Istituto professionale L.Mangano di Catania:

Ti seminai nella calda terra
ti vidi crescere con tanta gioia
piccolo albero fragile  e indifeso sembravi tu,
ed ora sono io che mi chino
di fronte al tuo splendore.
G. Scimone

Margherita semplice e pura
sta lì illuminata dalla luna.
N.Carrasi

Il quadrifoglio riposa nel suo giardino
col soffio di vento
ed un dolce raggio di sole.
K.Trecarichi

Viaggio con il vento
lascio il mio fresco profumo
in tutto il mondo
M.Vitale

I semi vengono piantati nella terra
e, giorno dopo giorno,
crescono sino ad essere una pianta.
G.Grasso

Mi sento come un fiore
che ha tanta voglia di sbocciare
K.Consolo

Che bello il papavero
con il suo colore rosso fuoco
e con l'ondeggiare al vento dei suoi petali
sembra proprio un amore appena sbocciato
che viene trasformato dal vento della gelosia.
F.Mirabile

Il giallo dei miei petali
riscalda l'immenso e magnifico paesaggio
caldo d'estate.
A.Rapisarda  

Mi sento come un cespuglio
che si rispecchia nella luna
così come una rana si specchia nel suo lago.
S.Chiarenza

Il giallo dei mie petali
riscalda l'immenso
e magnifico paesaggio
caldo d'estate.
A.E.Rapisarda

Il suo profumo si espande
e risveglia i sensi
di un buon gustaio
M.Vitale

Pieno di gioia e amore
mi sento un bel girasole!
G.Bartolo

Rosso come il fuoco
dolce come il suono
K.Tringali

Il colore di un fiore
da un pò di risveglio.
G.Valenti

L'abbandono di un amico
è come un cactus
 in mezzo al deserto
D.Rachele

Come le rose appena sbocciate
ho tanta voglia di vivere.
V.Giuffrida

Un mito dalla parte della cura


 Settembre 2000, di Stefania Cherchi, Donne in Nero di Piacenza 

Agli albori del mondo la Cura passeggiava pensierosa per lande ancora disabitate quando, avendo trovato della creta lungo il corso di un fiume, pensò di modellarla seguendo un certo modello che aveva in mente. La Cura aveva delle mani d'oro, e le figurine le vennero proprio bene. Subito essa volle fare qualcosa per le sue creature: così si rivolse a Giove, padre di tutti gli dei, perché vi infondesse lo spirito. Giove accondiscese volentieri alla preghiera della Cura, che tante volte l'aveva massaggiato con preziosi unguenti quando era stanco ed era stata ad ascoltarlo quando era preoccupato e gli aveva dato saggi consigli sulla conduzione dell'universo.Ma subito dopo Giove e la Cura vennero a litigare: il re del cielo infatti pretendeva, in cambio del suo dono, il diritto di dare un nome alle creature. E ci si mise pure la Terra, a sostenere che quel diritto era suo perché dal suo corpo era tratta la materia di cui erano composte. E il Tempo, che si presentò subito pretendendo di ergersi a giudice nella faccenda. E tutti a gridare, e a minacciare di distruggere le creature della Cura piuttosto di lasciarle agli altri. Andò a finire così: "Tu, Giove, che hai dato lo spirito, al momento della morte riceverai lo spirito. Tu, Terra, che hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, finché esso vive, sarà della Cura. E quanto al nome, si chiamerà Homo, perché è fatto di humus". E la Cura, che aveva ormai concepito un grande amore per le sue creature, pur di salvarle dovette cedere.Purtroppo però dovette ben presto rendersi conto che quelle creature non solo erano mortali, ma anche estremamente fragili: venivano al mondo debolissime, e incapaci di provvedere a se stesse, morivano se non venivano continuamente nutrite, si ammalavano facilmente ed erano esposte a mille altri pericoli. E si affannava, la Cura, per mantenere in vita la sue creature, e ci perdeva il sonno, e non riusciva più a pensare a nient'altro. Gli altri dei invece, non contenti di aver bisticciato il giorno natale di Homo riguardo al nome da dargli, si vantavano ora di avere in serbo per lui grandi progetti. La Terra lo destinava al lavoro: "I campi, il cielo e il mare sono una tua proprietà: asservili, sfruttali, falli lavorare per te, e riempirai d'oro i tuoi forzieri. Nulla deve fermarti, tu puoi arrivare al cielo, tutti ti saranno sottomessi". Giove, sobillato da Marte suo figlio, gli vaticinava un futuro di conquiste: "Onore e vanto della tua stirpe sarà il potere: tu dominerai, sconfiggerai, ti farai temere ed obbedire".Ogni volta che Cura provava a ricordare a quei signori che il Tempo le aveva lasciato signoria su Homo fintanto che era in vita, essi si arrabbiavano, perché non volevano rinunciare ai loro progetti. Ma siccome non potevano disfare ciò che il Tempo aveva fatto, magnanimamente concessero alla Cura: "Tu, per le tue faccenduole quotidiane, non hai bisogno di tutto il genere umano; te ne basta una metà, mentre noi con l'altra metà potremo ben realizzare le nostre eccelse imprese". E così fu che Homo venne diviso in due: i maschi e le femmine.Da allora Cura non ha smesso di arrabattarsi per mantenere in vita le sue creature, cercando di porre rimedio alle follie degli altri dei. E dove questi hanno voluto dividere, ha intrecciato relazioni; dove hanno creato baratri, ha costruito ponti; dove hanno causato ferite, ha curato; e per ogni morte ha procurato nascesse una nuova vita.Per molti secoli le altre divinità si sono coalizzate per sminuire il lavoro della Cura, esaltando per contro il proprio. E hanno detto che la Cura era una dea inferiore, capace solo di occuparsi di pannolini sporchi e pappe e pettegolezzi. Ma lei, testarda, ha continuato a intrecciare amore, dialogo e solidarietà, piangendo per tutto il dolore che uomini e dei andavano seminando per il mondo, stando vicina alle vittime di tutte le guerre, e rifiutandosi di credere che la ragione fosse sempre dalla parte del più forte.Nel frattempo Homo si inorgoglì vedendo la propria grandezza, forza e intelligenza. Le sue pretese divennero infinite: ardì sfidare il cielo, la natura, i propri limiti, coprì di sangue la Terra e ingiuriò Giove e ogni altra divinità. I fratelli uccisero i fratelli, i padri lasciarono morire i figli di stenti e di fame, e quanto alle donne a loro toccò il trattamento più selvaggio.Delusi e feriti, gli dei si volsero allora alla Cura, e piansero e la supplicarono di intervenire...

Ciò che le donne sanno: tratto da Pinkola Estés

http://www.youtube.com/watch?v=RxMomMudFrQ&feature=fvsr